Fisco

Fiscalità delle somme guadagnate attraverso i social

· SIULP - Sindacato Italiano Unitario Lavoratori di Polizia

Fiscalità delle somme guadagnate attraverso i social

 

 A beneficio di quanti esercitano attività di creator attraverso i social è opportuno chiarire che dal 2024 i compensi percepiti attraverso le piattaforme digitali vengono comunicati automaticamente all'Agenzia delle Entrate. La comunicazione scatta al superamento, nel corso di un anno solare e su una singola piattaforma, di 30 operazioni di vendita o incasso completate, oppure di corrispettivi complessivi superiori a 2.000 euro.

La fonte normativa di questo automatismo è la direttiva europea nota come DAC7, recepita nell'ordinamento italiano attraverso il d.lgs. n. 32/2023 la quale prevede, per i gestori delle piattaforme digitali, l'onere di raccogliere i dati fiscali dei propri utenti attivi e di inoltrarli, con cadenza annuale e termine fissato al 31 gennaio, all'amministrazione finanziaria del Paese di residenza. Rientrano nel perimetro applicativo colossi come YouTube e TikTok, ma anche altre realtà quali Patreon, Substack o Vinted. In vigore dal 31 gennaio 2024, l'obbligo copre i compensi maturati nei 12 mesi precedenti da soggetti residenti nell'Unione Europea.

 

Le informazioni che le piattaforme trasmettono sono piuttosto precise. Vi rientrano gli elementi anagrafici del creator, dal nome al codice fiscale o partita Iva, passando per residenza e data di nascita, accanto alle coordinate del conto su cui transitano i compensi, che si tratti di un Iban ordinario o di uno strumento come PayPal, Stripe o Revolut, wallet digitali inclusi. Non mancano poi i proventi lordi, ripartiti per trimestre, con l'indicazione di trattenute o commissioni già applicate dal gestore. Chi rifiuta di aggiornare questi dati va incontro alla sospensione dell'account, con il blocco dei fondi accumulati finché la posizione non risulta regolarizzata.

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Concorrono alla formazione del reddito anche i compensi corrisposti in beni anziché in denaro, ovvero capi d'abbigliamento, dispositivi elettronici, soggiorni offerti in cambio di contenuti promozionali. Questi costituiscono reddito, da valutare al valore normale di mercato, alla stregua di un fringe benefit o di un compenso professionale. Quando la piattaforma traccia la spedizione o intermedia l'accordo, questi flussi possono confluire nei controlli incrociati insieme ai compensi in denaro.

Molti sono convinti che sotto i 5.000 euro annui non ci sia alcun obbligo dichiarativo, né la necessità di aprire la partita Iva. Quella soglia, in realtà, riguarda esclusivamente la franchigia contributiva Inps prevista per le prestazioni occasionali di lavoro autonomo, non la disciplina fiscale dei redditi. Per il Fisco, l'obbligo di partita Iva non dipende dall'importo incassato, ma dal carattere di abitualità e continuità dell'attività svolta, caratteri che la rendono incompatibile con lo status di lavoratore pubblico.

La partita Iva diventa, dunque, obbligatoria fin dal primo euro incassato per chi pubblica con regolarità, gestisce un canale a pagamento su base mensile o percepisce compensi ricorrenti da inserzioni pubblicitarie e esercita, per definizione, un'attività continuativa:

Una volta acquisiti i dati trasmessi dalle piattaforme, l'amministrazione finanziaria li confronta in via automatica con quanto risulta dal modello 730 o dal modello Redditi persone fisiche del contribuente.

In caso di redditi digitali mai dichiarati la prima conseguenza è di carattere previdenziale e consiste nell'iscrizione d'ufficio alla Gestione separata Inps con il recupero dei contributi non versati, quantificabili attorno al 26% dei compensi percepiti, a cui si aggiungono le sanzioni civili per il ritardato pagamento. Sul fronte tributario, il fisco recupererà Irpef e Iva inevase, quantificate sulla base di quanto emerge dall'accertamento con l’applicazione di una sanzione per omessa dichiarazione compresa fra il 120% e il 240% dell'imposta dovuta, salve le ipotesi in cui la norma preveda un importo fisso.

Chi negli anni passati ha incassato compensi digitali senza dichiararli ha ancora un margine di manovra, a patto di anticipare il fisco con il cosiddetto payout history messo a disposizione da ciascuna piattaforma e accedere al ravvedimento operoso.

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