Citazione testimoniale di operatori della Polizia di Stato in servizio e in quiescenza

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Ultimo aggiornamento 16/02/2024

Si riporta il testo della nota inviata il 12 febbraio 2024 al Ministro dell’Interno:

“Non crediamo occorra faticare per convincerLa di come la volontà delle donne e degli uomini della Polizia di Stato di svolgere il loro servizio con la massima dedizione sia, non di rado, ostacolato da una inenarrabile serie di farraginosi vincoli imposti da uno sbilanciato assetto ordinamentale che considera prioritario ed assorbente il rispetto di astruse regole normative contro le quali finiscono per arenarsi anche le più tenaci volontà di quanti, ad ogni livello della scala gerarchica, vorrebbero migliorare le performance del “sistema sicurezza”.

Oggi tutti i poliziotti sono consapevoli che, per evitare sgradevoli conseguenze, disciplinari e financo giudiziarie, non basta lavorare con onestà e passione, essendo prioritario seguire pedissequamente percorsi burocratici tracciati da oscuri legulei la cui unica vocazione pare essere quella di rendere impervie anche le procedure più banali.

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E così, alle inquietudini derivanti dall’immanente pericolo che si corre ogni volta che si fa un intervento con soggetti non collaborativi – e cioè quello che impegna la quasi totalità delle pattuglie che presidiano il territorio – per il rischio che gli stessi denuncino di aver subito maltrattamenti, provocando l’apertura di procedimenti penali come atti dovuti anche a fronte di evidenti presupposti calunniosi, il che già rappresenta un fattore di dissuasione di non scarso momento, i poliziotti devono anche preoccuparsi delle ricadute che discendono dal dover poi rendere testimonianza in sede processuale. Un’angoscia che colpisce, più in generale, tutti quelli che nel corso della loro carriera hanno partecipato ad attività di indagine.

Non è, beninteso, del timore di dover essere escussi davanti all’Autorità Giudiziaria, che siamo a discutere. Quanto del paradosso che, per presenziare alle udienze, si richieda al poliziotto di anticipare le spese di viaggio e soggiorno, se in servizio, o di doversi di fatto onerare, in tutto o in parte, delle spese medesime, una volta che lo stesso abbia raggiunto l’agognata soglia della quiescenza.

Lo affermiamo perché la materia di cui siamo ad occuparci è regolata da disposizioni che, per riprendere quanto poc’anzi detto, sembrano concepite da chi non pare avere idee chiare sulle conseguenze di quanto è stato scritto. Facciamo segnatamente riferimento a quanto prevede il D.P.R. 115/2002 – Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia. Già approssimandosi alla lettura dell’art. 45, il primo del Titolo VI che si occupa, per l’appunto, dei rimborsi delle spese sostenute dai testimoni, si viene pervasi da un senso di incredulità nel prendere atto che a chi rende testimonianza nel luogo di residenza spetta un rimborso di 0,36 euro.

Non esattamente un incentivo a collaborare per la gestione della giustizia, visto che quand’anche si raggiungesse il tribunale con i mezzi pubblici si spenderebbero non meno di tre euro per andata e ritorno. L’incredulità cede poi il passo allo sgomento quando si passa all’art. 46, che si occupa dei testimoni non residenti, ai quali, oltre al rimborso delle spese di viaggio – con mezzi pubblici e, ovviamente, in seconda classe – spetta “l’indennità di euro 0,72 per ogni giornata impiegata per il viaggio, e l’indennità di euro 1,29 per ogni giornata di soggiorno nel luogo dell’esame. Quest’ultima è dovuta solo se i testimoni sono obbligati a rimanere fuori dalla propria residenza almeno un giorno intero, oltre a quello di partenza e di ritorno”.

Lasciamo in disparte le non misurate considerazioni che l’impeto porterebbe ad esprimere di fronte alla inqualificabile pretesa che con 2,01 euro sia possibile coprire le spese di vitto ed alloggio.

Ridicolo contributo che, prima facie, non dovrebbe interessare il personale in servizio, atteso che a mente del successivo art. 48 “Ai dipendenti pubblici, chiamati come testimoni per fatti inerenti al servizio, spettano il rimborso spese e le indennità di cui agli articoli 45 e 46, salva l’integrazione,

sino a concorrenza dell’ordinario trattamento di missione, corrisposta dall’amministrazione di appartenenza”. Dunque, in apparenza, e con le precisazioni che faremo in chiusura della presente, il personale in servizio viene in qualche modo salvaguardato.

Ma non altrettanto avviene per i poliziotti in pensione, i quali, infatti, sono ad ogni effetto equiparati al quisque de populo. Dal che discende che gli stessi, o perché si sono trasferiti a vivere lontano dalle sedi in cui hanno prestato servizio, o perché il processo si celebra, per competenza territoriale, in contesti lontani da quello di residenza, sono costretti a sopportare onerosi esborsi per compiere un dovere dal quale non si possono sottrarre.

Orbene, non è nostro precipuo compito quello di preoccuparci dei cittadini che, una tantum, possono doversi far carico di quella che, da qualunque parte la si guardi, è una incommentabile tassa che contribuisce ad alimentare la disaffezione verso le istituzioni. Scaricare sull’occasionale malcapitato, il quale ha il solo torto di aver assistito ad un fatto rilevante ai fini processuali, parte delle spese per la gestione del sistema giustizia è semplicemente aberrante.

Farlo nei confronti di chi, come i poliziotti pensionati, ha per mission professionale svolto attività di indagine sulla quale è chiamato a riferire davanti al giudice, rappresenta una indegna mortificazione inflitta con osceno cinismo nel nome del contenimento della spesa pubblica.

Ed allora, se pure non si intende, in una prospettiva di decoro istituzionale, provvedere ad un intervento legislativo che riallinei al buon senso e alla decenza la materia del rimborso delle spese ai testimoni, consideriamo imprescindibile almeno estendere al personale in quiescenza il medesimo trattamento riconosciuto ai sensi dell’art. 48 del citato DPR al personale in servizio. L’occasione, ci permettiamo di suggerirlo, potrebbe essere offerta dalla discussione parlamentare del pacchetto di misure per la sicurezza che dovrebbe essere a breve calendarizzato, posto che gli oneri di un auspicabile emendamento in tal senso, quantificabili nell’ordine di poche centinaia di migliaia di euro, non sarebbero difficili da coprire.

Non va del resto sottovalutata la possibilità che, permanendo questo fattore distorsivo della corretta grammatica normativa, si acuisca lo stimolo al disimpegno in quanti potrebbero trovare più conveniente tirare i remi in barca qualche anno prima del pensionamento piuttosto che, come oggi avviene, dedicare fino all’ultimo giorno di servizio tutte le proprie energie lavorative, per poi trovarsi a dover sostenere ingenti spese per poter presenziare ai processi.

Da ultimo vale la pena riprendere il ragionamento sul rimborso delle spese di missione del personale in servizio. Perché se da un lato è vero che viene comunque assicurata l’equivalenza con il trattamento previsto dal proprio ordinamento, è parimenti vero che il conguaglio di quanto dovuto viene corrisposto a distanza di mesi dalla missione. E per l’effetto, cosa di cui in passato già abbiamo, invero con scarsi risultati, investito le competenti articolazioni dipartimentali, ci sono colleghi che si sono trovati esposti ad anticipazioni anche superiori ai mille euro, perché nel giro di pochi mesi sono stati chiamati a presenziare davanti a diversi tribunali sul territorio nazionale provvedendo in proprio alle spese di vitto e alloggio. Per risolvere questa problematica non occorre attendere modifiche normative. Basterebbe sollecitare, se del caso con circolari dedicate, la concessione di adeguati anticipi che, come abbiamo direttamente avuto modo di verificare, non tutti gli uffici amministrativi contabili del territorio sono disponibili ad erogare.

Conoscendo la Sua sensibilità e l’impegno che quotidianamente profonde per migliorare la sicurezza dei cittadini e le condizioni di impiego e di vita degli appartenenti alle Forze di polizia, rimaniamo fiduciosi in attesa di un Suo cortese cenno di riscontro auspicando una positiva risoluzione della problematica”.

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