A causa di problemi burocratici, l’INPS non è riuscita a recepire in tempo le misure migliorative introdotte per gli assegni dalla Legge di Bilancio.
Pertanto, la riforma fiscale non ha ancora prodotto effetti visibili nel cedolino di febbraio.
Ricordiamo che con la riduzione dell’aliquota del secondo scaglione dal 35% al 33% i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro lordi annui beneficiano di questo abbassamento. Un pensionato con reddito lordo annuo di 35.000 euro ottiene un risparmio fiscale mensile superiore ai 30 euro netti, che si aggiunge all’incremento derivante dalla rivalutazione inflazionistica.
I conguagli fiscali relativi all’anno 2025 vengono applicati nei primi mesi del 2026. L’Inps recupera le differenze tra le trattenute Irpef effettuate mensilmente nel corso del 2025 e l’imposta effettivamente dovuta. Se il debito fiscale risulta inferiore a 100 euro, il prelievo avviene in un’unica soluzione. Per le pensioni sotto i 18.000 euro annui e debiti superiori a 100 euro, scatta la rateizzazione automatica fino a novembre 2026.
Le addizionali regionali e comunali relative al 2025 vengono prelevate come saldo, mentre viene trattenuto l’acconto per il 2026. Queste voci possono modificare sensibilmente l’importo netto accreditato sul conto corrente. La somma delle trattenute fiscali, dei conguagli pregressi e delle nuove aliquote richiede un controllo attento del cedolino per verificare la correttezza dei calcoli. Chi riscontra anomalie può rivolgersi agli uffici Inps territoriali o utilizzare i servizi telematici disponibili sul portale istituzionale.
Dal mese di marzo, salvo imprevisti, secondo quanto emerge dalle attività di aggiornamento dei sistemi gestionali dell’IUPS, i pensionati dovrebbero finalmente vedere applicati i nuovi parametri di calcolo della pensione netta, comprensivi degli arretrati relativi alla mensilità di gennaio non corrisposta.
Il risparmio viene calcolato esclusivamente sulla quota di pensione che eccede i 28.000 euro. Di conseguenza, chi percepisce un assegno annuo di 28.000 euro (pari a circa 2.153 euro lordi mensili) non vedrà alcun incremento, poiché non ha base imponibile che ricade nel secondo scaglione agevolato.
Salendo nella scala dei redditi, l’aumento diventa progressivo. Per una pensione annua di 30.000 euro (circa 2.307 euro lordi al mese), la base tassata al 33% è di 2.000 euro, generando un risparmio annuo di 40 euro, ovvero un incremento mensile quasi impercettibile di 3,08 euro. Superando la soglia dei 3.000 euro lordi mensili, l’effetto inizia a farsi più visibile: un reddito di 40.000 euro annui (3.076 euro mensili) vede una quota di 12.000 euro soggetta al nuovo sgravio, portando nelle tasche del pensionato 240 euro extra all’anno, ripartiti in quote mensili di circa 18,46 euro.
Il beneficio massimo si ottiene al raggiungimento della soglia dei 50.000 euro annui (pari a un assegno di circa 3.846 euro lordi mensili). In questo caso, l’intera fascia dei 22.000 euro intermedi beneficia del taglio del 2%, producendo un risparmio complessivo di 440 euro annui. L’aumento sul cedolino mensile sarà quindi di 33,85 euro.






